L’ambientalismo realista e il nucleare come scelta razionale per la transizione energetica italiana

Abstract

L’articolo propone un’analisi del ruolo dell’energia nucleare nella transizione energetica in atto, adottando la prospettiva dell’ambientalismo realista. Questo approccio coniuga il rigore del metodo scientifico con la necessità di scelte politiche fondate su dati oggettivi e verificabili.
Vengono delineati i fondamenti di un ambientalismo non ideologico, in cui la sostenibilità è intesa come valutazione razionale del rischio. In questo contesto, si analizza il ruolo centrale della scienza nella fase di elaborazione delle politiche ambientali ed energetiche, con particolare attenzione all’impatto delle fonti fossili sulla salute pubblica.
Ripercorrendo la storia del nucleare in Italia e l’evoluzione del relativo quadro normativo – dalle prime sperimentazioni degli anni Quaranta fino ai tentativi di rilancio recente – si evidenzia il paradosso del contesto energetico nazionale: un sistema fortemente dipendente dalle fonti fossili e dalle importazioni energetiche, che rifiuta il nucleare sul proprio territorio, pur beneficiandone indirettamente.
Si evidenziano, tuttavia, nuove opportunità: l’adesione italiana all’Alleanza Nucleare Europea, la costituzione di Nuclitalia e la spinta agli Small Modular Reactors che configurano un’importante apertura, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti a livello internazionale.
Sono esplorate, inoltre, le dinamiche di accettazione sociale dell’energia nucleare, analizzando sondaggi, timori e fenomeni di disinformazione, con un confronto tra contesti nazionali diversi.
Infine, viene approfondito il rapporto tra fonti rinnovabili e nucleare, decostruendo la presunta dicotomia tra le due tipologie di energia. Attraverso l’analisi di esperienze internazionali emergono, infatti, i limiti di modelli energetici incentrati sulle sole fonti rinnovabili, a favore di un modello di transizione che prevede una maggiore integrazione tra energie rinnovabili ed energia nucleare.

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1. L’evoluzione dell’ambientalismo e il ruolo della scienza nella valutazione dei rischi ambientali

L’ambientalismo moderno1 trae origine nel XIX secolo, in un contesto segnato dalla rivoluzione industriale, dall’espansione urbana e dalle prime reazioni scientifiche e culturali agli effetti di tale trasformazione.

In questa fase, infatti, una parte dell’élite intellettuale e scientifica iniziò a sviluppare una coscienza critica verso i processi di industrializzazione, denunciando una progressiva perdita di ambienti naturali e l’alterazione degli equilibri ecologici2.

In particolare, negli Stati Uniti, H.D. Thoreau3 e A. Leopold4, introdussero il concetto di wilderness, inteso come natura da preservare per il suo valore estetico e spirituale, nonché per la sua funzione ecologica. Al contempo, il lavoro di naturalisti come A. von Humboldt e C. Darwin rafforzò la comprensione scientifica degli ecosistemi e favorì lo sviluppo di una visione sistemica del mondo naturale.

Allo stesso modo, in Europa, maturarono prime riflessioni sull’impatto dell’inquinamento urbano ed industriale sulla salute e sullo stile di vita della popolazione.

Il maggior livello di sensibilità ambientale sviluppatosi è attribuibile principalmente ad una serie di mutamenti verificatisi nell’ambiente nel XX secolo, in particolare, secondo J. McNeill5, a modificazioni ambientali di origine antropica – urbanizzazione, deforestazione, inquinamento diffuso – che si sono trasformati da fenomeni locali a globali6.

In questo contesto, P. Bevilacqua individuò tre meccanismi alla base delle trasformazioni ambientali del secolo: la crescita demografica, la crescita economica e il progresso tecnologico7. Nel corso del Novecento, infatti, la popolazione mondiale era passata da circa 1,7 a 6 miliardi di individui. A questo significativo aumento demografico si è associata una rilevante crescita economica, distribuita in maniera fortemente diseguale a livello globale, contribuendo alla progressiva perdita di risorse naturali, dovuta al sovrasfruttamento e all’inquinamento. Parallelamente, lo sviluppo del settore tecnologico, pur apportando benefici in diversi settori, ha accresciuto i rischi ambientali.

Queste dinamiche hanno contribuito ad una crescente consapevolezza ambientale e alla nascita dell’ambientalismo moderno.

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’ambientalismo si è poi articolato in nuovi filoni: l’ecoefficienza e l’ecologia politica8.

Il conservazionismo, che aveva caratterizzato gli anni precedenti con l’attenzione alla protezione della natura e alla creazione di aree protette – come dimostra l’istituzione di parchi nazionali storici, quali quello di Yellowstone nel 1872 – passò progressivamente in secondo piano.

In questo periodo si affermò, invece, il concetto di ecoefficienza, orientato ad un uso razionale e sostenibile delle risorse naturali, sfruttando il progresso tecnologico. Inoltre, l’ecologia politica, unita ai concetti di giustizia ambientale, hanno evidenziato i danni derivanti dall’esposizione della popolazione a rifiuti inquinanti, con particolare riferimento a comunità sociali marginali come quelle afroamericane e latine delle aree urbane.

Con questi nuovi approcci, il concetto di ambientalismo si è dunque ampliato, tenendo conto anche degli aspetti sociali connessi alle problematiche ambientali, quali le disuguaglianze sociali e la distribuzione iniqua dei costi ambientali.

L’ambientalismo può essere definito, pertanto, come una prospettiva globale ed integrata che comprende aspetti scientifici, culturali, emotivi, in cui l’ambiente costituisce il fulcro e ogni elemento della realtà rientra nella sua sfera: dall’uomo agli oggetti di uso quotidiano, dai dispositivi tecnologici agli ecosistemi naturali. In tal senso, si può affermare che “tutto è ambiente”, che “noi siamo ambiente”.

Alla luce di questa visione, è necessario considerare un modello di ambientalismo alternativo rispetto l’ambientalismo ideologico tradizionale – spesso caratterizzato da posizioni aprioristicamente contrarie alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica – che tenga conto del metodo scientifico come criterio prioritario per l’individuazione delle soluzioni che presentino il minor rischio possibile.

L’ambientalismo contemporaneo deve, dunque, integrare in modo sistemico e consapevole la tecnologia nei propri paradigmi, superando rigidità ideologiche e assumendo consapevolezza che ogni processo di sviluppo implica inevitabilmente una componente di rischio.

La valutazione del rischio costituisce un passaggio imprescindibile, in quanto attraverso un’analisi scientifica e ponderata, è possibile definire un rischio accettabile, ossia quel livello di rischio che una società è disposta ad assumere per garantire standard adeguati di qualità della vita e perseguire obiettivi di progresso.

In questo contesto, la scienza non viene concepita come una realtà isolata, ma assume un ruolo centrale nei processi decisionali che plasmano le politiche pubbliche.

I risultati della ricerca, infatti, incidono in modo significativo sulle strategie adottate dai sistemi politici, influenzando direttamente la società civile. In questa prospettiva, nell’ambito della transizione energetica, il dialogo tra scienza e diritto rappresenta un elemento imprescindibile per l’individuazione dei modelli più efficaci adottabili dai governi.

Il legame tra scienza e diritto, in particolare, si lega al concetto di science policy che, consolidatosi negli Stati Uniti9, fa riferimento alle modalità con cui uno Stato regola il finanziamento alla ricerca scientifica e le modalità con cui le istituzioni utilizzano i dati e le conoscenze derivanti dalla ricerca, per elaborare e giustificare decisioni pubbliche.

Nel contesto attuale, la riflessione internazionale sui sistemi di scientific advice riconosce la necessità di aggiornare la visione della scienza all’interno delle istituzioni e di garantire trasparenza sul processo di acquisizione, valutazione e applicazione delle conoscenze scientifiche per le politiche pubbliche10.

In questo quadro, la sostenibilità non può basarsi su approcci emotivi o ideologici, ma richiede un’accurata valutazione scientifica delle conseguenze di ogni scelta, soprattutto nel settore energetico.

I dati dell’Agenzia europea dell’ambiente offrono un quadro inequivocabile: nel 2022, l’esposizione al particolato fine è stata responsabile di circa 239.000 decessi in Europa, di cui oltre 52.000 in Italia11. Ciò equivale a più di 140 morti al giorno attribuibili all’inquinamento atmosferico, con un impatto sanitario e sociale di proporzioni rilevanti.

L’analisi comparativa dei rischi associati alle diverse fonti energetiche, inoltre, evidenzia differenze significative. L’energia nucleare presenta un tasso medio di mortalità pari a 0,03 decessi per Terawattora prodotto, contro 24,6 del carbone, 18,4 del petrolio, 2,8 del gas naturale e 1,3 dell’idroelettrico12. Dal confronto tra questi dati scientifici emerge, dunque, quanto le fonti fossili comportino un impatto sulla salute di ordine di gran lunga superiori rispetto all’energia nucleare.

L’analisi dell’evoluzione dell’ambientalismo evidenzia come la consapevolezza ecologica sia progressivamente evoluta da una percezione estetico-spirituale della natura ad un approccio scientifico. Così come l’analisi dei dati, riguardanti le conseguenze ambientali e sanitarie delle scelte energetiche, confermano che il legame tra scienza e politiche pubbliche rappresenta un elemento essenziale per l’adozione di scelte energetiche informate e responsabili.

L’ambientalismo moderno, pertanto, non può fondarsi su posizioni ideologiche o emotive ma richiede una rigorosa valutazione dei rischi, basata sul metodo scientifico.

2. Il paradosso energetico italiano: il ritorno del nucleare tra prospettive e contraddizioni

La recente politica energetica si fonda su tre direttrici strategiche interconnesse: la garanzia della sicurezza dell’approvvigionamento energetico a lungo termine, la promozione dell’efficienza e del risparmio energetico e la riduzione delle emissioni di gas serra.

Gli scenari internazionali sono fortemente influenzati da conflitti armati che minacciano la stabilità politica e la sicurezza degli approvvigionamenti, condizionando in modo diretto l’accesso e la distribuzione di energia13. Parallelamente la crisi ambientale si manifesta sempre più frequentemente attraverso fenomeni meteorologici estremi che minacciano gli ecosistemi, la qualità di vita e la salute della popolazione globale14.

In questo contesto, il bilanciamento tra sicurezza energetica e sostenibilità ambientale emerge come una necessità prioritaria nella scelta dei mix energetici nazionali. I singoli Stati sono chiamati, pertanto, ad elaborare politiche in grado di garantire un approvvigionamento sicuro – la disponibilità di energia resta infatti un presupposto essenziale per la crescita economica e il mantenimento degli attuali standard di vita – ma al contempo è necessario tenere in considerazione l’impatto ambientale derivante dalla produzione e dall’uso di energia.

Dunque, il raggiungimento degli obiettivi alla base dell’attuale politica energetica deve avvenire attraverso un progressivo affrancamento dalla dipendenza dalle fonti fossili, privilegiando fonti rinnovabili e alternative15.

Questi obiettivi si collocano in un quadro di strategie e accordi internazionali. L’Accordo di Parigi del 2015 impegna, infatti, gli Stati firmatari a limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, puntando a contenerlo a 1,5 °C.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, attraverso il settimo obiettivo di sviluppo sostenibile, richiama la necessità di un’azione congiunta per garantire sistemi di energia affidabili, sostenibili e moderni.

Anche la pianificazione energetica europea, in linea con l’adozione del Green Deal16 e con gli impegni assunti in ambito internazionale, mira entro il 2030 a ridurre del 55% le emissioni rispetto ai livelli del 199017, a raggiungere una quota del 42,5% di energie rinnovabili18 e a diminuire i consumi energetici dell’11,7% entro il 203019.

In questo scenario complesso, assume un ruolo rilevante lo sviluppo dell’energia nucleare, strumento strategico per la continuità dell’approvvigionamento energetico, ma anche contributo concreto al raggiungimento degli impegni globali.

Lo sviluppo dell’energia nucleare ha avuto inizio nel contesto internazionale con finalità esclusivamente militari, tuttavia, al termine della Seconda guerra mondiale la ricerca militare fu affiancata da quella a fini civili e, nel 1951, negli Stati Uniti fu costruito il primo reattore nucleare20. Negli anni successivi, si sviluppò il quadro del diritto nucleare internazionale attraverso una fitta rete di accordi di cooperazione nucleare, fondati sullo scambio di conoscenze scientifiche e tecniche, sulla fornitura di impianti e materiali e sulla formazione di personale21.

La fonte primaria del diritto internazionale in tale ambito era costituita prevalentemente da convenzioni internazionali. In particolare, nel 1968, entrò in vigore la Convenzione di Parigi sulla responsabilità civile nel campo dell’energia nucleare, primo atto normativo fondamentale di regolamentazione internazionale in materia22. Successivamente, nel 1977 entrò in vigore la Convenzione di Vienna sulla responsabilità civile in materia nucleare, che stabilì norme volte a garantire una protezione finanziaria efficace contro i danni derivanti dall’uso pacifico dell’energia nucleare.

Tuttavia, l’incidente di Chernobyl mise in evidenza lacune significative della normativa internazionale in materia di prevenzione dagli incidenti nucleari, di informazione e di risarcimento dai danni dell’inquinamento radioattivo. In questo contesto, si collocò il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP)23 che, entrato in vigore nel 1970, stabilì l’impegno degli Stati dotati di armi nucleari a non trasferire materiale fissile o tecnologia nucleare a terzi, e degli Stati non nucleari a non sviluppare o procurarsi tali armamenti. Il trasferimento di materiali e tecnologie per scopi pacifici doveva avvenire, infatti, esclusivamente sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

In Italia, invece, l’energia nucleare si sviluppò a partire dall’espansione industriale dei primi anni Quaranta, attraverso fasi di sviluppo, stasi, declino e, nei tempi più recenti, tentativi di rilancio24.

Il quadro giuridico di riferimento nacque nel 1952 con l’istituzione del Comitato nazionale per le ricerche nucleari (CNRN)25, a cui seguì la partecipazione dell’Italia al Trattato di Roma del 1957 che istituì l’EURATOM.

Nel 1960 fu istituito il Comitato nazionale per l’energia nucleare (CNEN), primo ente nazionale con competenza di indirizzo, coordinamento e controllo. Inoltre, la legge n. 1860/1962 fornì una prima regolamentazione organica relativa all’impiego pacifico dell’energia nucleare26. Proprio in questi anni, l’Italia realizzò sul proprio territorio tre impianti di prima generazione, tra cui il primo realizzato nella città di Latina nel 1963.

Negli anni Ottanta, la crescente preoccupazione verso la sicurezza degli impianti nucleari portò, in seguito al disastro di Chernobyl del 1986, a indire tre quesiti referendari nazionali in materia, l’anno successivo27. L’esito del referendum segnò l’abbandono definitivo del programma nucleare nazionale, con la conseguente perdita di investimenti e competenze.

Solo tra il 2005 e il 2008, l’impennata dei prezzi del gas naturale e del petrolio riaprì in Italia il dibattito sul tema e l’intenzione di rilanciare l’energia nucleare fu formalizzata attraverso la Strategia energetica nazionale28, prevista dall’art. 7 del D.L. n. 112/200829.

La successiva legge n. 99/2009 e il d.lgs. n. 31/2010 che prevedevano la riapertura del programma nucleare in Italia, suscitarono una forte opposizione da parte di alcune Regioni (Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Toscana e Umbria), ma la Corte costituzionale respinse i ricorsi, salvo riconoscere, con la sentenza n. 33/2011, l’obbligo di acquisire un parere – seppur non vincolante – della Regione ospitante in fase di rilascio dell’autorizzazione unica. Parallelamente, il Governo ottenne l’annullamento delle leggi regionali che vietavano unilateralmente la costruzione delle centrali nucleari.

Successivamente, nel febbraio 2011, fu approvata una nuova versione del d.lgs. n. 31/2010, con modifiche tecniche e procedurali30.

Nel frattempo, il partito “Italia dei Valori” presentò una proposta di referendum abrogativo volta ad eliminare parti del D.L. n. 112/2008, del d.lgs. n. 31/2010 e della legge n. 99/2009. La proposta fu dichiarata ammissibile dalla Corte costituzionale e la consultazione fu fissata per il 12 e 13 giugno 2011.

Dopo l’incidente di Fukushima, il governo sospese l’attuazione delle norme relative al nucleare e successivamente le abrogò con il D.L. n. 34/2011, tuttavia, la Corte di cassazione confermò lo svolgimento del referendum.

La consultazione registrò un’affluenza del 54% e oltre il 94% di voti favorevoli all’abrogazione delle suddette disposizioni normative, chiudendo definitivamente il secondo programma nucleare italiano.

Nel contesto attuale, a partire dalle elezioni politiche del 2022, il tema della reintroduzione in Italia dell’energia nucleare è ricomparso all’interno del dibattito pubblico e politico.

Nel Paese, infatti, nonostante non siano presenti centrali nucleari operative, si registra un consistente import di energia prodotta con questa tecnologia, prevalentemente dalla Francia, a testimonianza della dipendenza strutturale dall’energia nucleare prodotta all’estero.

Tuttavia, da un’analisi dei costi energetici emerge una forte criticità della situazione nazionale. Nel febbraio 2024, infatti, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dell’elettricità ha raggiunto gli 88 €/MWh, a fronte dei 40 €/MWh della Spagna, dei 58 €/MWh della Francia e dei 61 €/MWh della Germania31.

Queste differenze non sono riconducibili a mere fluttuazioni temporanee, ma riflettono le scelte strutturali dei singoli Paesi che hanno conseguenze dirette anche sulla competitività industriale32.

In questo contesto, dunque, assume rilievo la Strategia nazionale sugli Small Modular Reactors33. Peraltro, l’inclusione dell’energia nucleare nella Tassonomia Verde europea ha certificato questa tecnologia come sostenibile, aprendo ai Green Bond e modificando sostanzialmente il panorama contemporaneo.

Una spinta rilevante allo sviluppo dell’energia nucleare proviene anche dal contesto europeo. Nel 2023, infatti, il Parlamento europeo ha adottato, con 409 voti favorevoli, una Risoluzione sugli Small Modular Reactors, con la quale sollecita l’elaborazione di una strategia per la diffusione dei nuovi impianti nel territorio dell’Unione e invita la Commissione ad avviare una strategia industriale di settore.

L’Italia non parte da zero in questo ambito, infatti, il Paese ha saputo preservare e coltivare, anche durante la lunga sospensione del programma nucleare, un patrimonio di competenze tecniche e scientifiche. Le imprese nazionali hanno continuato a fornire componenti critiche e tecnologiche avanzate in tutta Europa, consentendo al Paese di mantenere viva la tradizione ingegneristica che oggi consente all’Italia di disporre del più elevato rapporto di ingegneri nucleari per milione di abitanti dopo la Francia.

Numerose iniziative, inoltre, testimoniano il rinnovato interesse verso il nucleare in Italia. Tra queste, la costituzione di Nuclitalia, mediante la partnership tra Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%) e i laboratori SIET (Stabilimento Integral Engineering Test) di ENEA a Piacenza, riconosciuti a livello europeo come centro di eccellenza per i test dei principali reattori ad acqua pressurizzata PWR (Pressurized Water Reactors).

3. Il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile: contenuti e obiettivi strategici

In risposta ai mutamenti scientifici e alle necessità economiche emergenti, anche il quadro normativo italiano si sta progressivamente adeguando. Infatti, il disegno di legge delega al Governo, in materia di energia nucleare sostenibile – esaminato preliminarmente a febbraio 2025 e corredato dal parere favorevole della Conferenza unificata – rappresenta un importante punto di svolta per il futuro energetico del Paese34.

In particolare, le Regioni e le Province autonome hanno espresso consenso a maggioranza35, ponendo come condizione che sui futuri decreti legislativi attuativi venga raggiunta un’intesa con lo Stato, mentre l’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) ha ottenuto il coinvolgimento dei Comuni nelle consultazioni relative l’individuazione preventiva delle aree idonee a ospitare gli impianti e la previsione di adeguate misure di compensazione per i territori interessati.

Successivamente – nel mese di ottobre – il disegno di legge ha ricevuto approvazione del Consiglio dei Ministri, conferendo al Governo la facoltà di disciplinare l’introduzione del nucleare sostenibile, in coerenza con le politiche europee di decarbonizzazione al 2050 e con gli obiettivi strategici di sicurezza energetica nazionale.

Il testo contiene l’individuazione dell’oggetto della delega, dei principi e criteri direttivi e delle risorse finanziarie destinate alla sua attuazione. Inoltre, appare fondamentale la relazione illustrativa che accompagna il testo, necessaria per un’analisi chiara e articolata delle ragioni politiche, economiche ed ambientali alla base della delega.

L’obiettivo del disegno di legge – espressamente indicato nella relazione illustrativa e nell’articolo 1 dello stesso – consiste principalmente nel raggiungimento della decarbonizzazione entro il 2050 attraverso la realizzazione di un Programma nazionale per il nucleare sostenibile. Il Programma dovrà essere accompagnato da strumenti informativi e formativi, al fine di favorire una corretta percezione pubblica sul ruolo dell’energia da fonte nucleare.

Accanto alla dimensione informativa, il disegno prevede la promozione della ricerca, dello sviluppo e dell’utilizzo delle tecnologie nucleari, nonché l’istituzione di un’Autorità amministrativa indipendente per la sicurezza nucleare.

Per quanto riguarda i principi e i criteri direttivi contenuti nella delega, questi mirano al conseguimento della neutralità carbonica ma, anche all’aumento della competitività del sistema produttivo nazionale e alla riduzione dei costi dell’energia, con particolare attenzione alla tutela ambientale –  in linea con quanto sancito dall’articolo 9 della Costituzione –  e alla protezione dei siti che ospiteranno gli impianti, mediante misure adeguate di stoccaggio e smaltimento dei rifiuti radioattivi. La delega contempla, inoltre, forme di democrazia partecipativa, in particolare, attraverso la consultazione dei Comuni delle aree potenzialmente idonee.

Dal punto di vista finanziario, è previsto uno stanziamento di 1,5 milioni di euro per l’anno 2025 e di 6 milioni di euro per il 2026, a sostegno delle attività preliminari e della fase di avvio del Programma nazionale.

L’effettiva applicazione del provvedimento sarà determinata, in gran parte, dai successivi decreti legislativi attuativi, dai quali emergeranno concretamente la portata e l’indirizzo della futura politica energetica nazionale.

4. Percezione pubblica e accettazione dell’energia nucleare: esperienze italiane e comparate

La questione dell’accettazione sociale dell’energia nucleare costituisce un nodo cruciale nel dibattito contemporaneo.

In Italia il tema intreccia una lunga storia di opposizione pubblica, espressa attraverso i referendum del 1987 e del 2011, con la recente riapertura del dibattito.

La percezione sociale del nucleare non si limita ad una valutazione di carattere tecnico-scientifica dei rischi e dei benefici ma riflette dinamiche politiche, comunicative e culturali che concorrono alla formazione e all’evoluzione dell’opinione pubblica36.

Attraverso il confronto tra diversi contesti nazionali, in prospettiva comparata, emerge come i gradi di fiducia istituzionale, la memoria storica degli incidenti e le strategie di coinvolgimento della società civile possano portare a traiettorie divergenti di accettazione e rifiuto37.

La percezione del rischio, intesa come la valutazione della probabilità e della gravità di eventi negativi38 è un fattore chiave nel determinare l’atteggiamento verso l’energia nucleare della popolazione mondiale. D’altra parte, anche la percezione dei benefici ad essa legati, ovvero l’idea che l’energia nucleare possa contribuire al raggiungimento di una maggiore sicurezza energetica, di una riduzione delle emissioni di gas serra e di una maggiore stabilità dei prezzi, incide significativamente sulla disponibilità ad accettarla39.

In questo contesto, altri fattori determinanti risultano il livello di informazione che consente di valutare razionalmente rischi e benefici ed il coinvolgimento pubblico nei processi decisionali40. Il dialogo e la partecipazione attiva contribuiscono, infatti, a decisioni più trasparenti, condivise e socialmente accettabili.

Quando si fa riferimento al rischio, si intende la possibilità che un evento negativo si concretizzi. Tra le molteplici forme di rischio, il rischio nucleare assume una connotazione peculiare, configurandosi come rischio “speciale”, strettamente connesso a scelte di natura antropica e politica41.

È, tuttavia, necessario sottolineare che il rischio non rappresenta una componente esclusiva dell’energia nucleare. Ogni forma di produzione energetica comporta, infatti, margini di rischio più o meno estesi e diversificati. In questo senso, l’accettazione consapevole del rischio si configura come un elemento ineludibile, da valutarsi non solo alla luce delle possibili conseguenze negative ma anche dei benefici derivanti dall’impiego di questa tecnologia.

L’energia nucleare, infatti si presenta oggi come una risorsa strategica, in grado di fornire un contributo significativo alla riduzione delle emissioni climalteranti e alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico, purché sia accompagnata da rigorosi sistemi di sicurezza e da un apparato normativo idoneo a garantire la protezione dell’uomo e dell’ambiente.

In questa prospettiva, si è consolidata progressivamente, a livello internazionale, la consapevolezza della necessità di garantire sicurezza nucleare, intesa da J.M. Pontier come “un requisito fondamentale per il funzionamento degli impianti nucleari, a causa dei rischi specifici, nello spazio e nel tempo, che essi presentano in caso di incidente”42.

La natura transnazionale del rischio nucleare ha, inoltre, messo in luce in maniera inequivocabile l’urgenza di disporre di un quadro giuridico solido e uniforme. In particolare, il disastro di Chernobyl del 1986 ha rappresentato un primo punto di svolta nella governance internazionale della sicurezza nucleare, determinando l’adozione di accordi e convenzioni finalizzati alla prevenzione di eventi catastrofici legati all’energia nucleare43. Tra questi, la Convenzione di Vienna sulla sicurezza nucleare del 1994 sancisce l’obbligo per gli Stati contraenti di garantire un utilizzo dell’energia nucleare sicuro, attribuendo allo Stato in cui si trova l’impianto la responsabilità primaria della sicurezza nucleare e imponendo la predisposizione di un quadro giuridico e regolamentare nazionale adeguato.

In ambito europeo, invece, la disciplina relativa la sicurezza nucleare trova fondamento nel Trattato Euratom del 1957 che attribuisce ai titolari di licenza e alle autorità nazionali competenti la responsabilità primaria della sicurezza degli impianti e alla Commissione il compito di sviluppare un quadro giuridico comune e di verificarne l’attuazione44.

Inoltre, più di recente, il Regolamento 2021/948/Euratom ha istituito uno strumento per la cooperazione internazionale in materia di sicurezza nucleare con l’obiettivo di garantire controlli efficaci sui materiali nucleari e una gestione sicura dei rifiuti radioattivi45, in coerenza con l’Agenda 2030 e la strategia globale dell’Unione europea.

La percezione e l’accettazione pubblica verso il nucleare, tuttavia, non si limitano ai soli aspetti legati alla sicurezza energetica, ma costituiscono fenomeni fortemente influenzati da fattori storici, culturali e sociali.

A livello globale, il disastro di Fukushima, ha segnato un punto di svolta in questo senso, determinando una significativa riduzione della fiducia nella sicurezza del nucleare, con un aumento dell’opposizione in molti Paesi. Tuttavia, è interessante notare come l’accettazione verso il nucleare possa crescere significativamente. Basti pensare che proprio il Giappone, Paese che ha subito un attacco nucleare durante la Seconda guerra mondiale, abbia poi accolto e mantenuto il nucleare come risorsa civile46.

Per comprendere questa apparente “contraddizione” è importante analizzare i meccanismi culturali attraverso i quali l’opinione pubblica giapponese ha costruito la propria percezione del nucleare.

Storicamente, in Giappone si è registrato un forte impegno nel creare un immaginario collettivo favorevole all’impiego civile dell’energia nucleare, presentandola come simbolo di progresso e modernità. Il disastro di Fukushima ha, tuttavia, interrotto questa immagine, aprendo un dibattito sulla sicurezza e la sostenibilità degli impianti e sulle reali implicazioni sociali ed ambientali legate al nucleare. Nonostante ciò, anche dopo Fukushima sondaggi evidenziano una ripresa nell’accettazione di questa forma di energia da parte della popolazione giapponese47.

Dunque, il caso giapponese mostra con chiarezza come la percezione e l’accettazione del nucleare non possano essere considerate statiche ma risultino dall’intreccio di dinamiche complesse che coinvolgono sensibilità collettive, processi storici e politiche di comunicazione.

L’esperienza internazionale dimostra che, quando l’informazione è trasparente e le comunità vengono coinvolte nei processi decisionali, l’accettazione pubblica verso il nucleare può crescere in maniera significativa.

Un esempio emblematico è rappresentato dalla Finlandia, dove il gradimento per l’energia atomica aumenta in proporzione alla vicinanza agli impianti. Il reattore Olkiluoto 3 ha contribuito, infatti, a ridurre sensibilmente i costi nazionali dell’energia e ha trasformato il Paese in un esportatore netto di energia elettrica, rafforzando così l’immagine positiva della tecnologia nucleare agli occhi della popolazione.

In maniera analoga, anche i più recenti sondaggi italiani segnalano un favore crescente nei confronti del nucleare di nuova generazione, in particolare tra le fasce più giovani della popolazione, ovvero quelle che erediteranno in modo più diretto gli effetti delle scelte energetiche odierne.

Nel contesto attuale la sfida che si pone, dunque, non riguarda solo l’avanzamento tecnologico ma anche la costruzione di un percorso comunicativo e culturale capace di generare fiducia e partecipazione nella popolazione.

5. Energia nucleare e fonti rinnovabili: falsa dicotomia o sinergia strategica?

Il dibattito contemporaneo in materia di energia è spesso caratterizzato da una contrapposizione artificiosa tra l’impiego dell’energia nucleare e lo sviluppo delle fonti rinnovabili, come se queste costituissero alternative mutuamente esclusive.

Una simile impostazione risulta tuttavia riduttiva e non rappresenta la complessità che caratterizza i moderni sistemi energetici, i quali richiedono un approccio integrato e multidimensionale. La polarizzazione delle scelte energetiche rischia di generare conseguenze negative sotto il profilo economico, ambientale e sociale.

Negli ultimi decenni, infatti, le politiche energetiche hanno progressivamente posto al centro la necessità di proteggere e conservare l’ambiente, in risposta agli effetti dannosi derivanti dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, ponendo così le basi per una riflessione più articolata e orientata verso la sostenibilità a lungo termine48.

Di fatto l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio si è diffuso in Europa già a partire dagli anni Settanta49. La raccomandazione n. 77/713/CEE, ad esempio, esortò gli Stati membri a istituire servizi energetici interni nelle imprese industriali e a monitorare i consumi energetici.

Successivamente, la Risoluzione del 1986 fissò i primi obiettivi per migliorare l’uso delle energie rinnovabili e armonizzare le normative nazionali del settore.

Le fonti rinnovabili acquisirono un ruolo fondamentale per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e per lo sviluppo sostenibile nel 1995 con il Libro Bianco che delineò azioni volte a favorire l’integrazione e la diversificazione delle fonti energetiche50.

Un passo decisivo per la promozione delle fonti rinnovabili fu compiuto con la direttiva 2001/77/CE – poi sostituita dalla direttiva 2009/28/CE – che avviò un percorso di incentivazione e regolamentazione. Con la direttiva 2018/2001/UE, recependo le proposte del pacchetto Clean Energy for All Europeans del 2016, è stato fissato poi l’obiettivo di raggiungimento del 32% di energia rinnovabile nel consumo finale lordo al 203051.

In Italia, lo sviluppo delle fonti rinnovabili ha avuto inizio con la legge n. 308/1982 che per la prima volta ha identificato e regolamentato tali fonti. Successivamente, il Decreto Bersani (d.lgs. n. 79/1999) ha introdotto politiche di incentivazione basate sui meccanismi dei certificati verdi, ottenibili da qualsiasi soggetto in possesso dei requisiti, senza necessità di graduatorie o autorizzazioni specifiche.

Successivamente, il quadro normativo è stato progressivamente ampliato attraverso l’emanazione del d.lgs. n. 387/2003 e del d.lgs. n. 28/2011 che hanno recepito rispettivamente le direttive 2001/77/CE e 2009/28/CE. La disciplina è stata ulteriormente perfezionata attraverso la legge n. 116/2014 che ha consolidato il sistema dell’autorizzazione unica, contribuendo a delineare un quadro normativo che semplificasse le procedure amministrative e favorisse lo sviluppo delle fonti rinnovabili, in linea con gli obiettivi stabiliti a livello europeo in materia di energia ed ambiente.

Pur avendo registrato un impulso rilevante verso l’incremento delle fonti rinnovabili, il sistema energetico italiano appare, tuttavia, ancora fortemente caratterizzato da una significativa dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas.

Anche l’analisi delle esperienze internazionali suggerisce, infatti, la necessità di una strategia integrata in cui nucleare e rinnovabili concorrano in modo sinergico al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e sicurezza.

In Germania, ad esempio, la strategia della Energiewende, che ha comportato investimenti pubblici e privati stimati in oltre 600 miliardi di euro, non ha prodotto i risultati attesi in termini di stabilità e sostenibilità economica. Nel 2023 la produzione industriale nei settori energivori è, infatti, diminuita a livelli inferiori di quelli registrati durante la pandemia e il Fondo Monetario Internazionale prevede una recessione strutturale come conseguenza diretta della perdita di competitività derivante dalla Energiewende52.

Analogamente, l’esperienza californiana evidenzia i limiti di un modello basato quasi esclusivamente sulle fonti rinnovabili intermittenti. Nonostante consistenti investimenti in capacità eolica e fotovoltaica, le tariffe elettriche del Paese risultano superiori di circa il 70% rispetto alla media statunitense, mentre la copertura integrale da fonti rinnovabili si limita a poche ore giornaliere.

Tali evidenze dimostrano come un sistema fondato esclusivamente sulle rinnovabili non sia in grado di garantire né la stabilità di rete né la sostenibilità economica di lungo periodo.

Inoltre, il mancato ricorso a fonti stabili e programmabili, come il nucleare, comporta costi indiretti significativi, sia economici sia sanitari.

L’idea di una transizione realizzabile esclusivamente con fonti rinnovabili risulta, pertanto, più vicina ad un paradigma ideologico che ad un modello tecnico scientifico. In questa prospettiva, l’integrazione tra fonti energetiche rinnovabili ed energia nucleare e un approccio sistemico e non riduzionista, capace di valorizzare la complementarità tra tecnologie differenti, appaiono non solo auspicabili ma necessari per coniugare la riduzione delle emissioni climatiche con la sicurezza dell’approvvigionamento e la sostenibilità economica del sistema.

6. Conclusioni

L’analisi dell’ambientalismo, dalle prime sensibilità estetico-spirituali nei confronti della natura fino all’integrazione della scienza nelle politiche ambientali, dimostra come la transizione energetica in corso non possa essere conseguita con un’adesione acritica a principi ideologici, bensì attraverso una ponderata valutazione di rischi e benefici, condotta con metodo scientifico.

In questo contesto, l’energia nucleare di nuova generazione si configura non quale alternativa alle fonti rinnovabili, ma quale componente complementare, indispensabile per assicurare la stabilità dell’approvvigionamento energetico e per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione.

L’Italia, pur essendo segnata da decenni di sospensione dal Programma nucleare, dispone oggi di un’opportunità per riaffermare un ruolo di leadership nella transizione energetica globale. Il Paese dispone, infatti, di competenze tecnico-scientifiche di eccellenza e di un quadro normativo che si sta progressivamente consolidando.

Ciò che occorre è il coraggio politico di assumere decisioni coerenti con la scienza, superando la “stagione dei no preventivi” che ha reso l’ambientalismo ostaggio di ideologie autodistruttive.

Occorre un piano di informazione e di comunicazione scientifica non ideologica, articolato e capillare, volto a sensibilizzare le istituzioni e la società civile, al fine di affermare un ambientalismo realista e scientifico, scevro da ideologie catastrofiste e negazioniste e orientato a un approccio realista e pragmatico.

La sfida centrale consiste, dunque, nell’adottare decisioni fondate sul metodo scientifico, sui dati empirici e sul calcolo razionale dei rischi, superando esitazioni ideologiche e pregiudizi.

È giunto il momento di scegliere definitivamente la scienza contro l’ideologia, i dati verificabili contro i pregiudizi ereditati, il futuro possibile contro la nostalgia paralizzante di un passato energetico che ci ha consegnato dipendenza, costi proibitivi e una competitività industriale devastata.

Questa è la sfida che determinerà se sapremo garantire al Paese un futuro energetico all’altezza delle nostre ambizioni. Il tempo delle esitazioni ideologiche non è semplicemente finito: è scaduto da decenni.

Abstract (Italiano): L’articolo propone un’analisi del ruolo dell’energia nucleare nella transizione energetica in atto, adottando la prospettiva dell’ambientalismo realista. Questo approccio coniuga il rigore del metodo scientifico con la necessità di scelte politiche fondate su dati oggettivi e verificabili.

Vengono delineati i fondamenti di un ambientalismo non ideologico, in cui la sostenibilità è intesa come valutazione razionale del rischio. In questo contesto, si analizza il ruolo centrale della scienza nella fase di elaborazione delle politiche ambientali ed energetiche, con particolare attenzione all’impatto delle fonti fossili sulla salute pubblica.

Ripercorrendo la storia del nucleare in Italia e l’evoluzione del relativo quadro normativo – dalle prime sperimentazioni degli anni Quaranta fino ai tentativi di rilancio recente – si evidenzia il paradosso del contesto energetico nazionale: un sistema fortemente dipendente dalle fonti fossili e dalle importazioni energetiche, che rifiuta il nucleare sul proprio territorio, pur beneficiandone indirettamente.

Si evidenziano, tuttavia, nuove opportunità: l’adesione italiana all’Alleanza Nucleare Europea, la costituzione di Nuclitalia e la spinta agli Small Modular Reactors che configurano un’importante apertura, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti a livello internazionale.

Sono esplorate, inoltre, le dinamiche di accettazione sociale dell’energia nucleare, analizzando sondaggi, timori e fenomeni di disinformazione, con un confronto tra contesti nazionali diversi.

Infine, viene approfondito il rapporto tra fonti rinnovabili e nucleare, decostruendo la presunta dicotomia tra le due tipologie di energia. Attraverso l’analisi di esperienze internazionali emergono, infatti, i limiti di modelli energetici incentrati sulle sole fonti rinnovabili, a favore di un modello di transizione che prevede una maggiore integrazione tra energie rinnovabili ed energia nucleare.

  1. Per approfondimenti sul concetto di ambientalismo si rimanda a V. Pepe, Fare ambiente. Teorie e modelli giuridici di sviluppo sostenibile, Franco Angeli, Milano, 2008; Id., Non nel mio giardino, Baldini + Castoldi, Milano, 2013; Id., Pensare il futuro. Dare vita a un nuovo modello di ambientalismo, Cairo, Milano, 2018; U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma, 2000; J.D. Sachs, L’era dello sviluppo sostenibile, Università Bocconi Editore, Milano, 2015; B. Lomborg, The Skeptical Environmentalist, Cambridge University Press, Cambridge, 2001. ↩︎
  2. Un contributo fondamentale allo sviluppo di una consapevolezza ambientale è stato offerto da R. Carson, la quale denunciò gli effetti nocivi dell’uso massiccio di pesticidi lungo la catena alimentare e nei cicli biogeochimici. R. Carson, Silent Spring, Houghton Mifflin Harcourt, Boston, 1962. ↩︎
  3. H.D. Thoreau, In Wildness Is the Preservation of the World, Sierra Club Books, Oakland, 1988. ↩︎
  4. A. Leopold, A Sand County Almanac, Ballantine Books, New York, 1986. ↩︎
  5. J. McNeill, Something New Under the Sun: An Environmental History of the Twentieth-Century World, W. W. Norton & Company, New York, 2001. ↩︎
  6. In questo periodo, si sono diffusi, inoltre, diverse prospettive dottrinali e approcci scientifici che approfondivano il legame tra natura e uomo attraverso punti di vista differenti. In particolare, una prima prospettiva esaminava il ruolo delle mutazioni ambientali nello sviluppo della società, quali, ad esempio, il fenomeno El Niño sulle carestie che hanno caratterizzato l’Ottocento o l’impatto delle glaciazioni sulla formazione delle risorse minerarie del Nord America. Una seconda prospettiva, ripresa dalla dottrina maggioritaria del Novecento, considerava, invece, il ruolo dell’attività umana sulla natura e sulle trasformazioni ambientali. Cfr. M. Davis, Late Victorian Holocausts, Feltrinelli, Milano, 2000; T. Steinberg, Down to Earth. Nature’s Role in American History, Oxford University Press, Oxford, 2002. ↩︎
  7. P. Bevilacqua, Il secolo planetario. Tempi e scansioni per una storia dell’ambiente, in C. Pavone (a cura di) Novecento. I tempi della storia, Donzelli, Roma, 1997. ↩︎
  8. S. Barca, Ambiente e ambientalismo, in U. Eco (a cura di), Storia della civiltà europea, Treccani, Roma, 2014. ↩︎
  9. In particolare, dopo la Seconda guerra mondiale, due visioni opposte hanno segnato lo sviluppo della science policy: quella di V. Bush, il quale sosteneva un finanziamento governativo alla scienza senza vincoli, basato sulla libertà dei ricercatori e quella di J. Steelman, che riteneva necessario il controllo sulla scienza come ogni altro potere democratico. Dunque, il rapporto Bush ha posto, di fatto, per la prima volta il problema della relazione tra scienza e politica, ma quello di Steelman ha influenzato maggiormente il dibattito successivo, concentrandosi, in particolare, sulla reciprocità tra scienza e democrazia. Per approfondimenti si rimanda a N. Pitrelli, M. Tallacchini, Il posto della scienza in una società democratica, in T. Pievani (a cura di), La scienza è una questione di metodo, Micromega, Roma, 2023, 32 ss. ↩︎
  10. S. Jasanoff, The Science of Science Advice, in R. Doubleday, J. Wilsdon (a cura di), Future Directions for Scientific Advice in Europe, Cambridge University Press, Cambridge, 2013, 62 ss. ↩︎
  11. European Environment Agency, Air quality in Europe 2022, Report n. 5, 2022. Disponibile al: www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/air-quality-in-europe-2022. ↩︎
  12. IPCC, Climate Change 2014: Mitigation of Climate Change. Contribution of Working Group III to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, 2014. Disponibile al: www.ipcc.ch/report/ar5/syr/.; UNECE, Annual Report 2022, 2022. Disponibile al: www.unece.org/annual-report/publications/unece-annual-report-2022; A. Markandya, P. Wilkinson, Electricity generation and health, in Lancet, vol. 370, n. 9591, 2007, 979 ss.; B.K. Sovacool et al, Balancing safety with sustainability: assessing the risk of accidents for modern low-carbon energy systems, in Journal of Cleaner Production, vol. 112, n. 5, 2016, 3952 ss. ↩︎
  13. C. Petteruti, Le energie rinnovabili e il ruolo dell’agro energetico in Italia e Spagna, in L.M. Pepe (a cura di), Contributi di diritto pubblico comparato, Edizioni Palazzo Vargas, Salerno, 2024, 54 ss. ↩︎
  14. A. D’Aloia, Bioetica ambientale, sostenibilità e teoria intergenerazionale della Costituzione, in BioLaw Journal, n. 2, 2019, 658. ↩︎
  15. Per approfondimenti si rimanda a V. Pepe, Esperienze giuridiche di transizione ecologica e strategie per la mitigazione dei cambiamenti climatici, in Amministrazione e Contabilità, XLII, 2021,   1 ss.; C. Petteruti, Diritto dell’ambiente e dell’energia. Profili di comparazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2020; L. Colella, Il diritto dell’energia nucleare in Italia e in Francia. Profili comparati della governance dei rifiuti radioattivi tra ambiente, democrazia e partecipazione, Aracne, Roma, 2017; R. Heffron, Energy Law: An Introduction, Springer, London, 2015; V.M. Sbrescia, Le politiche energetiche nell’Europa integrata tra concorrenza e sostenibilità. L’iniziativa pubblica comunitaria nel comparto dell’energia tra le dinamiche del mercato concorrenziale, lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’ambiente, in Riv. Giur. Mezzogiorno, n. 3-4, 2020, 819 ss; E.A. Carnevale, P. Carrozza, G. Cerrina Feroni, G.F. Ferrari, G. Morbidelli e R. Orrù (a cura di), Verso una politica energetica integrata. Le energie rinnovabili nel prisma della comparazione, Editoriale scientifica, Napoli, 2014. ↩︎
  16. Commissione europea COM, 2019, 11 dicembre 2019. P. Cucumile, Il “green deal” europeo, in Ambientediritto, n. 1, 2021, 3. ↩︎
  17. Parlamento Europeo, Ridurre le emissioni di anidride carbonica: obiettivi e politiche dell’UE, 15 marzo 2018. Disponibile al:  www.europarl.europa.eu. ↩︎
  18. Parlamento Europeo, Energie rinnovabili: obiettivi ambiziosi per l’Europa, 28 novembre 2017. Disponibile al: www.europarl.europa.eu. ↩︎
  19. Parlamento Europeo, Risparmio energetico: l’azione dell’UE per ridurre il consumo energetico, 30 novembre 2022. Disponibile al: www.europarl.europa.eu. ↩︎
  20. R. Albano, Energia Nucleare – Diritto Interno, in Enciclopedia Giuridica Treccani, Treccani, Roma, XII, 1991, 1 ss. ↩︎
  21. Di particolare rilievo furono i trattati plurilaterali istitutivi di unioni istituzionali, ossia organismi permanenti di cooperazione internazionale nel settore dell’energia nucleare. ↩︎
  22. La Convenzione di Parigi introdusse un regime speciale di responsabilità volto a garantire un risarcimento adeguato alle vittime in caso di incidente nucleare. Il diritto al risarcimento veniva riconosciuto sia allo Stato in cui l’incidente si verificava, sia a quelli che subivano indirettamente le conseguenze dell’evento. A completamento della Convenzione di Parigi, nel 1974 entrò in vigore la Convenzione di Bruxelles, con lo scopo di predisporre mezzi supplementari di indennizzo qualora quelli previsti dalla prima risultassero insufficienti. ↩︎
  23. A. Albonetti, Trattato sulla non proliferazione nucleare e disarmo nell’ambito delle Nazioni unite,
    in La Comunità Internazionale, 1967, 3 ss.; M. Politi, Diritto internazionale e non–proliferazione nucleare, Cedam, Padova, 1984. ↩︎
  24. Per approfondimenti sui precedenti storici del diritto nucleare italiano si rimanda a L. Colella, op. cit., 139 ss. ↩︎
  25. Comitato istituito nell’ambito del Consiglio Nazionale delle Ricerche con il DPCM del 26 giugno 1952. ↩︎
  26. Integrata con modifiche dal d.p.r. n. 1704/1965. Inoltre, è importante considerare la legge n. 1643/1962 che nazionalizzò il settore elettrico italiano, attraverso l’istituzione dell’Enel, riservando a tale ente l’attività di produzione dell’energia elettrica, compresa quella di fonte nucleare. ↩︎
  27. I quesiti riguardavano i contributi ai comuni, le sedi di centrali; la competenza del CIPE nella localizzazione delle centrali e la facoltà dell’Enel di costituire società con enti stranieri per realizzare o gestire impianti di energia nucleare. La Corte di cassazione ne dichiarò la legittimità e la Corte costituzionale, con sentenza n. 25/1987, ne confermò l’ammissibilità, non essendo presenti cause ostative. L’esito, con netta vittoria dei “Sì”, determinò la chiusura delle centrali nucleari italiane attive e la cancellazione del programma nucleare nazionale, con l’abbandono della ricerca nel settore e la conseguente emigrazione di competenze scientifiche verso Paesi favorevoli all’energia nucleare. ↩︎
  28. L. Colella, L’evoluzione della legislazione italiana nel settore dell’energia elettronucleare nell’era della “Green Economy”: il futuro del “nucleare civile” dopo Fukushima, in Rivista giuridica dell’ambiente, n. 2, 2013, 198 ss. ↩︎
  29. La strategia prevedeva una diversificazione delle fonti di energia, il potenziamento delle infrastrutture, la promozione dell’efficienza energetica, la realizzazione nel territorio nazionale di impianti di energia nucleare, il potenziamento della ricerca nel settore energetico e una maggiore sostenibilità nella produzione e negli usi dell’energia. ↩︎
  30. Furono corretti errori materiali; definiti con maggiore precisione i requisiti per la costruzione e la gestione degli impianti; chiarite le procedure di valutazione ambientale strategica; ridefiniti tempi e iter amministrativi e stabilite compensazioni economiche per i territori ospitanti. ↩︎
  31. ENEA, Analisi trimestrale del sistema energetico italiano – Anno 2024, n. 1, 2025. Disponibile al: www.pubblicazioni.enea.it. ↩︎
  32. Un esempio di queste conseguenze è evidente dalla decisione di ArcelorMittal di localizzare la prima acciaieria “verde” europea a Dunkirk, in prossimità della centrale nucleare di Gravelines, a discapito di stabilimenti italiani come l’ex ILVA di Taranto. ↩︎
  33. Secondo le valutazioni dell’ENEA, nell’ambito del progetto europeo SASPAM-SA (Safety Analysis of SMR with Passive Mitigation strategies – Severe Accident) finanziato con 4 milioni di euro dal programma Horizon Euratom, gli SMR rappresentano una delle principali opzioni per l’inclusione dell’energia nucleare nel mix energetico tra il 2040 e il 2050. Con potenze comprese tra 10 e 300 megawatt, questi reattori offrono vantaggi quali la produzione modulare in stabilimento, sistemi di sicurezza passiva intrinseca, possibilità di distribuzione sul territorio e tempi di costruzione sensibilmente ridotti. ↩︎
  34. Per approfondimenti sul disegno di legge si rimanda a www.mase.gov.it. ↩︎
  35. Il disegno di legge ha, tuttavia, suscitato anche alcune resistenze politiche. In particolare, nel corso della Conferenza unificata, tre Regioni – Toscana, Sardegna e Umbria – hanno espresso voto contrario, manifestando perplessità per la sicurezza degli impianti, la gestione dei rifiuti radioattivi e l’impatto territoriale nei siti coinvolti. ↩︎
  36. Y. Kim, W. Kim, M. Kim, An international comparative analysis of public acceptance of nuclear energy, in Energy Policy, vol. 66, 2014, 475 ss. ↩︎
  37. V.H.M. Visschers, C. Keller, M. Siegrist, Climate change benefits and energy supply benefits as determinants of acceptance of nuclear power stations: investigating an explanatory model, in Energy Policy, vol. 39, n. 6, 2011, 3621 ss. ↩︎
  38. L. Jacobs, R. Worthley, A comparative study of risk appraisal: a new look at risk assessment in different countries, in Environmental Monitoring and Assessment, vol. 59, n. 2, 1999, 225 ss. ↩︎
  39. S.S. Ho, A.D. Leong, J. Looi, L. Chen, N. Pang, J.R. Tandoc, Science literacy or value predisposition? A meta-analysis of factors predicting public perceptions of benefits, risks, and acceptance of nuclear energy in Environmental Monitoring and Assessment, 2018, 1 ss. ↩︎
  40. A. Pellizzone, A. Allansdottir, R. De Franco, G. Muttoni, A. Manzella, Exploring public engagement with geothermal energy in southern Italy: a case study, in Energy Policy, vol. 85, 2015,                 1 ss. ↩︎
  41. L. Colella, La “governance della sicurezza” nella recente strategia di rilancio dell’energia nucleare in Francia, in L.M. Pepe (a cura di), op.cit., 75 ss. ↩︎
  42. J.M. Pontier, Le nucléaire dans les problématiques de la sécurité, in J.M. Pontier; E. Roux, L. Jaeger, Droit nucléaire – Non-prolifération et sécurité nucléaire, Les droits et contentieux du nucléaire, 7, PUAM, 2017. ↩︎
  43. A Pascolini, Il disastro di Chernobyl e le iniziative internazionali per la sicurezza nucleare. Parte seconda: accordi e convenzioni internazionali, in Pace diritti umani, n. 2, 2007, 49 ss. ↩︎
  44. In tale contesto, le direttive Euratom hanno costruito un sistema giuridico vincolante che poggia su diversi pilastri: la Direttiva 2009/71/Euratom, che impone agli Stati membri di istituire un quadro nazionale per la sicurezza nucleare; la Direttiva 2011/70/Euratom, che disciplina la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi; la Direttiva 2013/59/Euratom, che stabilisce norme fondamentali di radioprotezione e la Direttiva 2014/87/Euratom, che ha rafforzato il quadro comunitario in materia di sicurezza nucleare introducendo i concetti di “difesa in profondità” e di “cultura della sicurezza nucleare” come strumenti essenziali per il miglioramento continuo degli standard di sicurezza. ↩︎
  45. In particolare, lo strumento ha come obiettivo l’attuazione di controlli efficaci sui materiali e mira a favorire la trasparenza nei processi decisionali in materia nucleare, promuovendo la sicurezza energetica, l’applicazione di standard elevati e il miglioramento continuo delle pratiche di protezione. Inoltre, sostiene la gestione responsabile del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento e la bonifica di impianti nucleari dismessi. ↩︎
  46. M. Low, Visualizing Nuclear Power in Japan A Trip to the Reactor, Palgrave Macmillan, Londra, 2020, 19 ss. ↩︎
  47. Nel febbraio 2023, un sondaggio di Asahi Shimbun, storico giornale giapponese, ha mostrato che il 51% dei partecipanti in Giappone è favorevole alla ripresa delle operazioni delle centrali nucleari, con il 42% contrario. Per un approfondimento sulla percezione dell’energia nucleare dopo il disastro di Fukushima si rimanda a A.  Brown, Anti-Nuclear Protest in Post-Fukushima Tokyo: Power Struggles, Routledge, Abingdon, 2018; A. Wiemann, Networks and Mobilization Processes: The Case of the Japanese Anti-Nuclear Movement after Fukushima, German Institute for Japanese Studies, Tokyo, 2018; D.P. Aldrich, Rethinking Civil Society-State Relations in Japan after the Fukushima Accident, in Polity vol. 45, n. 2, 2013, 249 ss. ↩︎
  48. V. Pepe, Lo sviluppo sostenibile tra diritto internazionale e diritto interno, in Riv. giur. amb., n. 2, 2002, 209. ↩︎
  49. A.C. Amato Mangiameli, La tutela dell’ambiente in Europa. Dai presupposti teorici al diritto e ai principi, in Riv. fil. dir., n. 2, 2018, 335 ss. ↩︎
  50. C. Petteruti, Diritto dell’ambiente e dell’energia. Profili di comparazione, cit., 120 ss. ↩︎
  51. V. Di Stefano, E. Breda, V. Olini, L’evoluzione della disciplina energetica europea dal primo pacchetto al REPowerUE, in Amministrazione in Cammino, 2022, 10; P. Fois, Il diritto ambientale dell’Unione europea, in G. Cordini, P. Fois e S. Marchisio, Diritto ambientale. Profili internazionali europei e comparati, III ed., Giappichelli, Torino, 2017, 65 ss. ↩︎
  52. P. Yang, Urban expansion of Energiewende in Germany: a systematic bibliometric analysis and literature study, in Energy, sustainability and society, vol. 12, n. 52, 2022. ↩︎